BCE, tassi negativi vera misura non convenzionale

Il governatore di Bankitalia Visco ha affermato che i tassi negativi sono la misura veramente non convenzionale adottata dalla BCE, affermando indirettamente che pertanto gli acquisti di titoli in via definitiva per aumentare la base monetaria sono uno degli strumenti di cui la Banca Centrale può ben disporre, mentre sono i tassi negativi il vero e proprio “nuovo” strumento.

Nelle sue dichiarazioni, Visco ha poi aggiunto che occorre verificare quale potrà essere l’impatto temporale di simili iniziative, e se il tempo di attesa tra la fine degli acquisti e l’inizio dei rialzi potrà essere ridotto rispetto ai piani originari e a quelli che sono stati lasciati intendere in seguito alla riunione di marzo. Una simile apertura non implica comunque una anticipata degli acquisti, ma ciò indica considerare quali sono le prospettive quando i tempi saranno maturi per l’uscita.

Peraltro, le dichiarazioni di Visco seguono a breve distanza quelle di Nowotny della scorsa settimana, e sembrano peraltro suggerire che l’istituto monetario possa rivedere la linea guida sui tassi già nel corso del mese di giugno dopo le elezioni presidenziali francesi, nell’ipotesi in cui (come riteniamo probabile) una vittoria del Front National di Marine Le Pen sarà scongiurata, e se i dati macro continueranno a sorprendere verso l’alto.

I mercati cominciano d’altronde a prezzare un rialzo del tasso sui depositi per fine 2017 con una probabilità significativa: l’istituto monetario europeo potrebbe peraltro ben bilanciare l’effetto restrittivo di un eventuale rialzo dei tassi a breve con l’impegno a mantenere il Refi a zero ben oltre la fine degli acquisti – sottolinea un dossier ISP – oppure che la BCE decida di bilanciare l’intervento sui tassi con un tapering più graduale del programma di acquisti, scegliendo di concluderlo a settembre 2018.

Bisognerà comprendere anche quale sarà l’impatto delle influenze di alcune “parti” sulle decisioni politiche monetarie della BCE. La Germania ha già reso noto, in occasione della pubblicazione delle nuove stime di crescita e inflazione, l’intenzione di richiedere espressamente di ridurre lo stimolo monetario.

Costo del lavoro

La giornata di ieri è stata altresì utile per poter ponderare i nuovi dati sul mercato del lavoro dell’area euro e, in particolar modo, sul costo del personale. Stando ai dati Eurostat, il costo del lavoro è accelerato a dicembre all’1,6 per cento anno su anno da un precedente 1,4 per cento anno su anno.

Per quanto riguarda i singoli dati territoriali, la crescita di salari e stipendi è cresciuta in Germania al 3,0 per cento da un precedente 2,3 per cento, e in Irlanda è raddoppiata passando a 1,2 per cento su base annua da 0,6 per cento su base annua. È inoltre risultata essere stabile in Francia all’1,3 per cento su base annua, è rallentata in Spagna a 0,1 per cento anno su anno da 0,3 per cento anno su anno, mentre in Italia il costo del lavoro risulta essere stabile dopo il calo di 0,7 per cento anno su anno del trimestre precedente.

Per quanto concerne il livello dei salari, gli stipendi nella media crescono di 1,6 per cento anno su anno, solo un decimo di punto in più rispetto a quanto era stato rilevato nel corso del trimestre precedente. I salari sono comunque accelerati in Germania e Irlanda, mentre si registra un rallentamento in Spagna, a 0,2 per cento anno su anno da 0,6 per cento su base annua, con una dinamica ancora tiepida, sebbene non più negativa, in Italia, con passaggio a 0,1 per cento anno su anno da -0,2 per cento su base annua, e un andamento stabile in Francia (a 1,5 per cento anno su anno da 1,7 per cento su base annua di un anno
prima).

Peraltro, si noti anche come la dinamica del costo del lavoro, evidentemente strisciante, sta contrastando in misura piuttosto evidente con il calo del tasso di disoccupazione, che è risultato essere piuttosto marcato nel 2016 al 9,6 per cento, per un livello che è il minimo dal 2009 ad oggi. In prospettiva, le pressioni dal ciclo sulla dinamica salariale e prezzi interni dovrebbero farsi gradualmente meno forti: se la crescita del Prodotto interno lordo dovesse riuscire a stabilizzarsi sullo stesso ritmo del 2016 (a 1,7 per cento anche nel 2017-18), la riduzione dell’eccesso di offerta aggregato dovrebbe risultare meno significativa rispetto al periodo 2014-15.

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