Brexit, domani è il B-day

Domani, 29 marzo 2017, è il B-day: prende infatti il via, nove mesi dopo il referendum, il percorso ufficiale dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Un’uscita che non sarà certamente rapidissima, ma che comunque ha ora una data limite ben definita: considerato che le norme prevedono che i negoziati debbano concludersi entro 2 anni dalla loro apertura, significa che il giorno ultimo potenziale del Regno Unito all’interno dell’UE sarà il 29 marzo 2019.

Cosa succederà nei prossimi giorni

Senza spingerci troppo in là nel tempo, può comunque essere utile cercare di riassumere che cosa accadrà nel corso dei prossimi giorni, iniziando da… “dopodomani”. Se infatti domani il governo guidato da Theresa May ufficializzerà l’intenzione di ricorrere alle norme del Trattato che ammettono la possibilità che uno Stato membro si allontani dall’UE, entro le successive 48 ore il Presidente del Consiglio Europeo Tusk dovrà inviare ai governi la bozza delle linee guida del negoziato.

Lo step successivo sarà quello della convocazione di un vertice a 27 (ovvero, dell’UE a 28 meno il Paese che vuole uscire): all’inizio si pensava ad una convocazione lampo, in tempo probabilmente per gli appuntamenti di dicembre. In realtà, le tempistiche sono diventate abbastanza stringenti e, dunque, la convocazione del vertice non potrà tenersi prima del mese di maggio e, probabilmente, nella sua seconda metà.

In quella occasione, bisognerà anche individuare chi condurrà i negoziati per conto dell’Unione Europea: il nome più “caldo” è quello di Michel Barnier e, secondo alcuni analisti, non è proprio una buona notizia per il Regno Unito.

Negoziati già in salita… prima di iniziare

Come anticipato, Regno Unito e UE hanno due anni di tempo per cercare di concludere nuovi accordi. Nell’ipotesi in cui in questi 24 mesi non riuscissero a individuare un’intesa comune, le relazioni commerciali tra le due parti saranno regolati dal WTO, a meno che entrambe le parti non decidano congiuntamente di prolungare la trattativa in una sorta di regime transitorio che tuttavia, almeno per il momento, è molto difficile ipotizzare.

Ricordato ciò, riteniamo che i primi passi dei negoziati saranno molto difficili, visto e considerato che i piani di partenza sono molto distanti, e che nessuno vorrà compiere le prime concessioni alla controparte. Da una parte, ad esempio, c’è la definizione del “divorzio”, incluso il conto da pagare: Barnier, che dovrebbe rappresentare gli interessi dell’Unione Europea, ha infatti già chiarito che i britannici dovranno farsi carico di onorare gli impegni presi nel bilancio comunitario, oltre alle pensioni per i funzionari britannici all’UE, i progetti in infrastrutture in sospeso e le garanzie sui prestiti ai paesi colpiti dalla crisi del debito (come l’Irlanda). In tutto, da un primo conteggio, è emersa una somma complessiva a carico del Regno Unito che si aggirerebbe intorno ai 60 miliardi di euro: una cifra sicuramente notevole anche per un bilancio attualmente solido e florido come quello d’oltre Manica, e sul quale siamo certi che Londra vorrà trattare con la giusta incisività.

Dall’altra parte c’è invece la ridefinizione degli accordi commerciali. Londra vorrebbe che la trattativa su questi due fronti fosse condotta in parallelo, Bruxelles si oppone fermamente e intende prima fare chiarezza sui conti del divorzio e, solo successivamente, iniziare a parlare degli accordi commerciali. Chiaro dunque l’intento, da parte dell’UE, di mettere all’angolo la parte britannica, costringendola ad ammettere di dover pagare il “conto” dell’uscita, prima di comprendere che cosa verrà dopo.

A nostro giudizio, fin da queste prime righe dovrebbe essere intuibile quanto saranno distanti gli auspici delle due parti. È dunque molto probabile attendersi una forte incertezza e criticità nella conduzione dei primi negoziati, che nei primi mesi potrebbero contraddistinguersi in posizioni di stallo che si giocheranno sui nervi e sugli annunci mediatici.

Proprio in virtù di quanto appena ricordato, è anche probabile che la sterlina possa tingersi di parentesi di lunga debolezza che sono dovute al clima di aleatorietà che andrà a nuocere anche sui suoi fondamentali. Lo stesso però potrebbe anche dirsi dell’euro, che dovrà già fare i conti con dati macro interni sul mirino dei rischi al ribasso, e con un calendario elettorale che è ricco di insidie (in primis, quella francese).

Insomma, il 2017 si prepara a vivere tutte le conseguenze più nocive di un 2016 ricco di sorprese, e i cui effetti negativi non si erano ancora dipanati nel migliore (o peggiore, a seconda di come la pensiate!) dei modi. Non ci resta dunque che attendere e cercare di capire che cosa avverrà…

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