Euro, rischio deflazione definitivamente archiviato?

La deflazione? Un vecchio spauracchio da mandare in archivio, con tante soddisfazioni. O, almeno, così la pensa Peter Praet, della BCE, che in una recente intervista rilasciata al quotidiano spagnolo l’Expansion ha ammesso che la Banca centrale europea ha definitivamente vinto la battaglia contro la deflazione, e che per il momento non vi sono contemporanei timori di un surriscaldamento dei prezzi, dal momento che l’inflazione core rimane bassa.

Politica monetaria, nessuna necessità di modificare la view

Praet ha altresì colto l’occasione per poter ribadire che l’attuale view per la politica monetaria della BCE è da considerarsi appropriata, e che dunque non vi sono impellenti necessità di variazioni. Tuttavia, lo stesso membro dell’istituto monetario ha riconosciuto che la probabilità di un ulteriore allentamento della politica monetaria si è ridotta dal momento che le indicazioni sul ciclo economico possono ben essere definite come riassicuranti. Praet è poi tornato a ripetere che la sequenza di uscita implicita nella guidance – ovvero sia la fine degli acquisti e il rialzo del tasso sui depositi – è opportuna, ma comunque non vi sono margini per una improvvisa applicazione.

In maniera ancora più chiara, Praet ha poi aggiunto che non vi è alcuna necessità di specificare quanto tempo dopo la fine del programma saliranno i tassi, contrariamente a quanto pochi giorni fa aveva dichiarato un altro componente della BCE, Coeuré, che aveva indicato come suggeribile la possibilità di poter quantificare l’intervallo temporale che oscilla tra la fine degli acquisti e il primo rialzo dei tassi di riferimento sui depositi.

Lo stesso Coeuré più recentemente ha peraltro avvisato che gli Stati membri dell’eurozona dovrebbero iniziare a prepararsi alla presenza di un contesto contraddistinto da tassi più elevati, per poi precisare che almeno per il momento il Consiglio di politica monetaria non ha comunque discusso alcuna uscita. Coeuré ha inoltre aggiunto che “i tassi negativi sono stati una misura positiva ma non devono andare avanti troppo a lungo dal momento che penalizzano il settore bancario” e che d’altra parte “non c’è alcuna evidenza che l’attuale costellazione di tassi di interesse comporti rischi per un ordinato funzionamento dei mercati, né per la stabilità finanziaria o la trasmissione della politica monetaria”.

La Fed guarda alle azioni di Trump

Se da questa parte dell’Oceano Atlantico il dibattito su quel che accadrà in seno al Comitato di politica monetaria della BCE si fa sempre più intenso e accattivante, dall’altra parte l’attenzione dell’equivalente Fed sembra essere incentrata nel cercare di comprendere che cosa farà Donald Trump, e quali saranno i potenziali effetti delle sue scelte politiche.

Di fatti, con ancora negli occhi il deludente tentativo di affossare l’Obamacare, si sta profilando un nuovo e interessante scontro in Congresso… con la differenza che questa volta non riguarda il partito repubblicano al suo interno, bensì la disputa fra repubblicani e democratici sulla nomina di N. Gorsuch per la posizione vacante alla Corte Suprema. Si tratta di un dibattito particolarmente intenso, tutt’altro che solo di facciata, il cui esito potrebbe avere delle conseguenze durature sull’operatività del Senato stesso.

Per il momento, sottolineano alcuni osservatori statunitensi, i democratici sembra abbiano raccolto dalla loro almeno 41 voti a favore dell’ostruzionismo al voto su Gorsuch, dopo che la Commissione giustizia (a maggioranza repubblicana) si è espressa favorevolmente sul candidato e ha avanzato la sua nomina al voto in aula al Senato. Il presidente del Senato ha affermato che in ogni caso Gorsuch sarà nominato entro questa settimana alla Corte Suprema: ne consegue che o i democratici eviteranno di ricorrere all’ostruzionismo, o il Senato modificherà le regole che richiedono 60 voti per il passaggio dei candidati alla Corte Suprema.

Nel caso in cui si dovesse procedere con tale secondo piano, non si tratterebbe di una novità: già quattro anni fa i democratici avevano eliminato il requisito dei 60 voti per la nomina di tutti i giudici, tranne che per quelli candidati alla Corte Suprema. Tuttavia, nel caso in cui realmente venisse portato a cessazione il requisito dei 60 voti per la Corte Suprema, si profila altresì la possibilità che vengano modificate contemporaneamente le regole del Senato per l’approvazione della legislazione ordinaria, rendendolo molto simile alla Camera ed eliminando la sua caratteristica più bipartisan. Una simile eventualità potrebbe accedere – forse in modo definitivo – lo scontro tra le due parti, rendendo il percorso di Trump molto più arduo e scarsamente in grado di aprire le porte a accordi “larghi” con i democratici.

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