Germania, a che punto è la formazione del nuovo governo tedesco

Le elezioni in Germania hanno riservato un esito atteso, ma anche qualche sorpresa che ha complicato, e non poco, la vita agli osservatori internazionali di politica estera. Cerchiamo dunque di riepilogare che cosa è accaduto nel corso della recente tornata, e che cosa potrebbe accadere ora al governo tedesco e alla Germania, e ulteriormente all’Europa.

Come sono andate le elezioni

Facendo un piccolo riepilogo, rammentiamo come i cristiano democratici (CDU) guidati dalla cancelleria uscente (e rientrante!) Angela Merkel si siano confermati il primo partito del Paese. Fin qui le buone notizie: le cattive sono che i voti validi sono stati solamente il 32,9%, con un corposo passo indietro rispetto a quanto era stato ottenuto nel corso del 2013 (41,5%).

Peraltro, la perdita di voti dello schieramento di Merkel non è stato ricondotto alla sua controparte naturale, i social democratici SPD guidati da Schulz, i quali escono nettamente sconfitti con appena il 20,6% dei voti validi. Per i due principali partiti tedeschi, CDU e SPD, si tratta del peggior risultato in assoluto dal secondo Dopoguerra ad oggi.

Facile, a questo punto, cercare di riassumere per quale motivo sia avvenuta una simile emorragia di voti per i due schieramenti di principale riferimento: probabilmente il fatto che il Paese sia stato governato per molti anni da una coalizione di larghe intese, ha finito con il rendere i due maggiori partiti troppo simili agli occhi degli elettori, i quali hanno smesso di vederli contrapposti e alternativi, premiando – di conseguenza – altre forze politiche.

Proprio in virtù di tale lettura, lo stesso Schulz, leader di SPD, ha prontamente affermato di ritenere maggiormente appropriato mantenere il proprio partito all’opposizione. E proprio per questo motivo si può registrare la forte crescita dei populisti di Alternative für Deutschland, che hanno guadagnato il 13% dei voti: con una simile fetta di voti l’AfD non riuscirà ad essere determinante per la formazione del governo, ma è comunque emblematico che nel 2017, per la prima volta, un partito di estrema destra riesca ad entrare nel Parlamento tedesco. Si noti inoltre che il voto ha visto una partecipazione del 75,9%, oltre quattro punti percentuali in più del 2013, a ribadire che la destra radicale è riuscita a catturare l’attenzione di elettori precedentemente scoraggiati.

Tra gli altri partiti, riepiloghiamo brevemente come i liberali di FDP siano tornati in Parlamento con l’10,7% dei voti, dopo la loro uscita nel 2013, i verdi siano cresciuti di un punto all’8,9% e l’estrema sinistra di Die Linke giunge al 9,2%, oltre mezzo punto in più di quattro anni fa.

Come fare un nuovo governo

Con queste proporzioni ai nastri di partenza, l’impressione è che creare una nuova coalizione di governo alternativa a quella che ha unito CDU e SPD non sarà affatto semplice, e che comunque il processo richiederà almeno un paio di mesi, tenendo conto che nel 2013 gli 86 giorni necessari furono considerati come molto buoni.

Qualcosa si potrà intuire già nella data del 24 ottobre, quando il Bundestag si riunirà per la prima volta. Per quella data è quasi impossibile che si siano maturati dei progressi di rilievo sui negoziati, anche perché il prossimo 15 ottobre si terranno le elezioni in Sassonia e prima di allora nessuno farà delle mosse.

Tuttavia, per quella data è possibile che si possa disporre di qualche indizio sostanziale sulle mosse dei principali partiti e, soprattutto, sulla realizzazione concreta dello scenario centrale, la c.d. “coalizione Jamaica”, così chiamata poiché richiama – per i colori – la bandiera del Paese. Ne farebbero infatti parte CDU (neri), FDP (gialli), Verdi.

Non sarà comunque facile unire gli interessi e le propensioni dei tre potenziali partner. Merkel ha infatti già governato nel 2009-2013 con l’FDP, ma da quella legislatura i liberali uscirono fortemente penalizzati e difficilmente vorranno ripetere gli stessi errori.

Quali riflessi per l’Eurozona

Quanto sopra, e le difficoltà connesse alla formazione di un nuovo governo, non rappresentano certamente delle buone notizie per il futuro dell’Eurozona. Se infatti l’FDP entrerà nel governo, potrebbe far sentire la propria voce in materia di politica estera: il partito si è dichiarato favorevole ad un rafforzamento della clausola di “no bailout” e sull’applicazione di sanzioni in caso di mancato rispetto delle regole fiscali. Il partito è inoltre piuttosto rigido, in senso contrario, sulle Outright Monetary Transactions, e sostiene inoltre la necessità di applicare soluzioni di mercato in caso di nuove crisi sul debito. Ancora, il partito è concorde per un ‘Europa a più velocità, ma è contrario ad altre riforme cui la Merkel si è detta favorevole, come la costituzione di quel minibudget dell’Eurozona che il presidente francese Macron ha riproposto questa settimana nell’ambito della sua agenda per l’Unione Europea. Dall’altra parte, Merkel dovrà anche trovare una mediazione con i Verdi tedeschi, che si trovano su posizioni molto diverse a quelle dei liberali.

Il risultato di quanto sopra è che oltre a rendere – in questa fase – molto più difficile la gestione di una coalizione di governo, in futuro la Germania potrebbe essere costretta ad assumere posizioni più equilibrate o più “passive”. Proprio per questo motivo sempre più analisti ritengono che la coalizione CDU-FDP-Verdi nella prossima legislatura possa tradursi in un rallentamento nel processo di riforma della governance europea.

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