Bail in: cos’è e cosa cambia per i risparmiatori?

Avete sentito parlare di bail-in ma non sapete di cosa si tratta? Temete che dietro questa denominazione possa celarsi la possibilità di perdere i vostri risparmi versati in banca? Cerchiamo di saperne un po’ di più, chiarendo cosa sia il bail-in, perché è stato introdotto, come funziona e cosa cambia per tutti i risparmiatori. Pronti?

Cosa è il bail-in e da dove arriva

Il bail-in è uno strumento di risoluzione della crisi bancaria che permette alle autorità competente di poter risanare un istituto di credito mediante azioni “interne” alla stessa banca, come la riduzione del valore delle azioni e di alcuni crediti, la loro conversione in azioni, e così via. Si tratta di una misura introdotta nel nostro ordinamento in seguito all’approvazione della direttiva europea BRRD (Bank Recovery and Resolution Directive), che introduce in tutti i Paesi europei delle regole armonizzate per poter prevenire e gestire la crisi delle banche. Si tratta pertanto di uno strumento alternativo al bail-out, ovvero alla risoluzione della crisi di una banca per il tramite di interventi esterni, come il salvataggio statale.

Perché è stato introdotto il bail-in?

Il bail-in è stato introdotto per cercare di gestire le crisi delle banche in maniera più ordinata e, soprattutto, senza gravare sul settore pubblico (bensì, ricorrendo in larga misura alle risorse private). Fino ad oggi, invece, le crisi delle banche erano affrontate principalmente gravando sulle risorse pubbliche e, indirettamente, sul sistema economico e su tutti i contribuenti nella loro generalità.

Quando si ricorre al bail-in?

Al bail-in si ricorre quando una banca è in condizione di essere sottoposta a risoluzione, e quando altri tentativi di risoluzione non sono ritenuti conseguibili. Per quanto concerne il primo requisito, ovvero la sottoposizione a risoluzione, ricordiamo che – di norma – questo viene ricondotto al dissesto o al rischio di dissesto dell’istituto di credito, all’impossibilità di poter applicare delle misure alternative in tempi congrui, all’evidenza che sottoporre l’istituto di credito a una liquidazione ordinaria non consentirebbe di salvaguardare gli interessi di sistema, dei depositanti e dei clienti.

Per quanto invece concerne gli altri strumenti di risoluzione alternativi al bail-in, che spesso (faticosamente) si “provano” prima di sacrificare le risorse private, si suole fare riferimento alla vendita di una parte degli asset a un altro acquirente (cioè, vedere tutta o parte della banca ad altri operatori), alla realizzazione di una bridge bank (cioè, di un istituto di credito nel quale sono inglobate attività e passività della banca in dissesto, per permettere alle autorità di trovare un nuovo acquirente), o ancora la realizzazione di una bad bank (cioè, di un istituto di credito cui trasferire le attività deteriorate, da liquidare, permettendo alla good bank di poter operare in regolarità). Questi strumenti, ovviamente, non escludono quelli del bail-in.

Chi è interessato dal bail-in?

In termini ancora più chiari, con il bail-in chi ha “scommesso” sulla banca in dissesto può essere chiamato in causa per poter partecipare al suo risanamento. Non tutti gli investitori dell’istituto sono tuttavia coinvolti con identica “urgenza” e profondità. Si segue infatti un rigido elenco di priorità, che di seguito riassumiamo per comodità:

  1. azionisti
  2. detentori di altri titoli di capitale
  3. creditori subordinati
  4. creditori chirografari
  5. persone fisiche e piccole medie imprese con depositi per importo eccedente i 100 mila euro
  6. fondo di garanzia dei depositi

In altri termini, nell’ipotesi in cui venga attivato il bail-in, a rischiare maggiormente sono gli azionisti, gli altri detentori di strumenti di partecipazione e i creditori subordinati. Teoricamente – ma nella maggior parte delle ipotesi potrà essere arduo – potrebbero essere coinvolti anche i creditori chirografarie, ancor più raramente, i depositanti, per la sola quota eccedente i 100 mila euro. In ultima istanza, nella ulteriormente rara eventualità in cui non sia sufficiente ricorrere ai primi cinque punti, interverrebbe il fondo di garanzia sui depositi.

L’ordine di priorità suddetto è facilmente interpretabile. Secondo la normativa europea, a rischiare per primi devono essere i “proprietari” della banca, ovvero coloro che sono titolari delle azioni (che, presumibilmente, si vedranno ridotto o azzerato il valore dei titoli). Solo successivamente si interviene su alcune categorie di creditori, le cui attività possono o essere trasformate in azioni (ricapitalizzando così la banca, e coprendo contabilmente le perdite), o ridotte nel loro valore (se l’azzeramento delle azioni non è sufficiente a coprire le perdite).

Ma cosa rischio se ho depositato i soldi in una banca in crisi?

Da quanto sopra ne deriva una “piccola”, ma importante, rassicurazione. I titolari di depositi fino a 100 mila euro (ovvero, la soglia di riferimento del fondo di garanzia dei depositi) NON rischiano nulla, poiché esclusi dal bail-in. A concorrere a tale soglia sono i conti correnti, i libretti di deposito, ma non altre forme di impiego. Per la parte eccedente i 100 mila euro, invece, le persone fisiche e le piccole medie imprese effettivamente potrebbero rischiare la perdita parziale o totale. Tuttavia, giova ricordare che tale ipotesi è molto rara, e da ricorrere esclusivamente nell’ipotesi in cui tutti gli altri strumenti con un grado di protezione minore nella gerarchia fallimentare non siano sufficienti a coprire le perdite e ripristinare un adeguato livello di capitale. È inoltre bene ricordare che i depositanti, anche per le soglie superiori ai 100 mila euro, possono comunque essere esclusi dal bail-in via discrezionale: un’ipotesi non certo utopistica, considerato che mettere le mani nei risparmi su conto corrente potrebbe generare un panico diffuso a livello sistemico…

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