Fed verso rialzo (molto) graduale dei tassi

Che la Federal Reserve fosse orientata verso un rialzo graduale dei tassi di riferimento è cosa ben nota da tempo (e gradita dai più). Tuttavia, quel che non è noto è quanto graduale sarà la lunga strada di ripresa e di normalizzazione del costo del denaro a stelle e strisce, visto e considerato che ogni qual volta sembra ci si stia riavvicinando al momento buono per alzare i Fed Funds, si torna improvvisamente in una condizione di maggiore cautela, dando in realizzazione un sostanziale nulla di fatto. Pertanto, a fronte di una certezza assodata (la strada dei tassi è a senso unico, al rialzo), emerge una grande incertezza circa la tempistica con la quale i rialzi verranno effettuati.

Una certezza: l’incertezza!

Insomma, l’unica certezza che è finora toccabile con mano in ottica Fed è proprio l’incertezza. Una incertezza peraltro ribadita dopo la pubblicazione dei verbali del FOMC di luglio, dal quale emerge un Comitato fortemente diviso al proprio interno e, dunque, ben lontano da poter raggiungere una quasi omogeneità di intenti. E se dai verbali emergono aperture circa i rialzi dei tassi nei prossimi mesi, lasciando intendere che ogni riunione potrebbe essere quella giusta, pochi credono che, in realtà, il FOMC possa orientarsi verso tale scelta già nel mese di settembre.

Ad ogni modo, negli ultimi giorni non sono state poche le dichiarazioni particolarmente propositive in tal senso. Qualche giorno fa, ad esempio, il presidente della Federal Reserve di San Francisco, John Williams, ha dichiarato che è preferibile aumentare i tassi in anticipo, rispetto a farlo in un momento successivo. Si tratta di un’affermazione che potrebbe non sembrare particolarmente sorprendente ma che, in fondo, è l’esatto opposto che la Fed “colomba” ha fatto negli ultimi mesi per voce del suo numero 1, Janet Yellen: preferire il temporeggiare estremo, anche a fronte del rischio di essere accusati di aver agito in ritardo, piuttosto che agire anticipatamente come suggerito ora da Williams, ma al costo (maggiore) di dover poi correre ai ripari per altre vie.

Dunque, se Williams non è un vero e proprio “falco”, per lo meno ha avuto la decisione pubblica di schierarsi dalla parte di coloro (e sono sempre di più) che ritengono che l’economia americana oggi sia piuttosto solida, e comunque in grado di poter sopportare un costo del denaro più elevato. Il mercato del lavoro ha rassicurato, l’obiettivo di inflazione potrebbe essere rivisto in rialzo, le vendite al consumo non fanno gioire ma, per lo meno, non invertono nettamente le precedenti tendenze.

E così, Williams – e non solo lui – ricorda che l’economia a stelle e strisce è in salute, e che il fattore Brexit non sembra poter influenzare il futuro della crescita del Paese nordamericano, che non dipenderà da tali fattori esogeni. “In un contesto in cui la crescita economica domestica è solida e gode di un buono slancio” – ha poi aggiunto Williams – ha senso riprendere a un ritmo graduale di rialzo dei tassi“.

Settembre o no?

Ricordato ciò, bisogna compiere un piccolo sforzo di immaginazione per cercare di capire – con l’evento di Jackson Hole che a questo punto non ha i canoni della significatività assoluta – in che modo si orienteranno le preferenze della Fed nella riunione di settembre e nelle restanti occasioni di fine anno. Per il momento, anche a settembre rimane aperta la possibilità che il FOMC possa deliberare un tiepido rialzo dei tassi di riferimento (25 bp). Tuttavia, dover di cronaca finanziaria impone anche di ricordare come in realtà le possibilità che il FOMC muova in questa direzione sono piuttosto poche, così come poche – ma più consistenti, e vicine almeno al 50% del consenso degli analisti sono le possibilità che una mossa di rincaro dei tassi avvenga entro la fine dell’anno.

In ogni caso, le strade sembrano essere tre, che mettiamo in ordine dalla più probabile alla meno probabile:

  1. a settembre non vi sarà alcun rialzo nei tassi di riferimento, e la decisione verrà sospesa fino alla “digestione” dei dati derivanti dalle elezioni presidenziali USA. Qui, è probabile la vittoria di Hillary Clinton (dem), e i mercati finanziari – come frequentemente accaduto in seguito alla vittoria dei democratici – non dovrebbero fornire alcun significativo scostamento, in entrambe le direzioni. Calmate le acque, e salvo dati macro negativi, la Fed alzerà i tassi nell’ultima occasione di fine anno, a 12 mesi di distanza dal primo rialzo.
  2. a settembre non vi sarà alcun rialzo dei tassi di riferimento e, complice la pubblicazione di una serie di dati macro che non forniranno sufficienti rassicurazioni, non vi saranno rialzi nemmeno nelle occasioni di fine anno. Il rialzo avverrà invece nella prima occasione del 2017, anno che potrebbe contraddistinguersi per la politica dei 4 rialzi dei tassi che qualche analista aveva avuto modo di anticipare anche per il 2016 (con esiti, evidentemente, molto diversi).
  3. l’ipotesi meno probabile – ma ancora aperta in seno alla stessa Fed – è che a settembre possa esserci un rialzo lieve dei tassi (25 bp?) e che lo stesso avverrà poi a dicembre (per almeno altri 25 bp). Dunque, l’anno si concluderà con due piccole spinte, che dovrebbero fungere da leva per i rialzi più consistenti nel 2017.
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