Trump rinvia ancora la riforma tributaria: mercati verso nuova delusione?

In una recente intervista concessa al Financial Times, il segretario del Tesoro S. Mnuchin ha affermato che la propria previsione di poter disporre di una versione della riforma tributaria entro l’estate era “altamente aggressiva e non realistica a questo punto”. Insomma, Trump si appresta a rinviare ancora la riforma tributaria e, ulteriormente, non fornisce alcuno spunto per poterne comprendere la portata: il rischio è che, oltre alla delusione di un ulteriore delay nella disponibilità della revisione tributaria, i mercati si possano avvicinare a nuove delusioni relative allo scarso impatto derivante dal suo possibile contenuto. Insomma, nessuna rivoluzione, ma un solo ritocco del carico fiscale.

Tornando a Mnuchin, il segretario del Tesoro ha ammesso che le date di disponibilità della riforma dovranno slittare a causa delle difficoltà incontrate con la riforma sanitaria (il tentativo di affossare l’Obamacare è stato fallito), ma continua a ritenere che entro fine anno ci sarà una nuova legge per le imposte. A questo punto, pertanto, è lecito porre l’orizzonte temporale di riforma all’autunno o all’inizio dell’inverno.

In tal senso, si noti come recentemente Trump abbia riportato il focus sulla sanità dopo aver affermato di averla cancellata dalla propria agenda. Uno dei passi contraddittori del presidente, che ora cerca di provare a definire un piano che possa avere i voti necessari per l’approvazione in Congresso, magari guardando con occhi fiduciosi a una parte dei democratici: la finalità non è solo quella di ritrovare una compattezza tra le proprie fila, e mettere le basi per accordi bipartisan, quanto anche cercare di recuperare fondi che andranno successivamente ad alimentare la propria riforma tributaria.

Tornando a quest’ultima, e con particolare riferimento ai dettagli, il segretario del Tesoro ha sottolineato che ci sono diversi modi per raccogliere il trilione di dollari utile per poterla supportare, oltre alla correzione territoriale (border tax adjustment, BTA), ma ha aggiunto anche che per il momento il BTA resta fra le opzioni sul tappeto. Mnuchin ha indicato anche che la necessità di finanziare i tagli alle imposte può essere ampiamente ridotta a seconda delle ipotesi di crescita, evidenziando che con ipotesi di crescita alternative di 1,8% o 3% si ottiene una differenza di entrate di circa 2 trilioni di dollari. Infine, il segretario di Stato ha ridimensionato i commenti di Trump sul dollaro (il presidente aveva manifestato insoddisfazione per un dollaro troppo forte, contribuendo così ad abbassare le sue quotazioni per qualche ora), affermando che nel lungo termine “la forza del dollaro è una cosa buona”, anche se nel breve termine può avere effetti negativi sulle esportazioni e ha ribadito che gli Stati Uniti non stanno cercando di indebolire la valuta.

Sempre negli Stati Uniti è inoltre da registrare il fatto che numerose fonti di stampa sono possibiliste che l’amministrazione Trump possa individuare in R. Quarles colui che ricoprirà la posizione di vice-presidente della Fed per la regolamentazione finanziaria. La nomina dovrà essere confermata dal Senato e potrebbe trovare il gradimento di una buona parte dei repubblicani, considerato che si tratta di un nome già ben noto: Quarles ha infatti collaborato con il ministero del Tesoro all’epoca dell’amministrazione Bush.

A proposito di Federal Reserve, il Wall Street Journal ha dichiarato che la Fed starebbe approntando in queste settimane un piano per iniziare il tapering dei riacquisti dei titoli in scadenza entro fine anno, come indicato anche nei verbali della riunione FOMC di marzo e nei discorsi recenti. Il piano dovrebbe anche determinare il livello ottimale della dimensione del bilancio, indicandolo presumibilmente all’interno di un range compreso tra 2 e 3 trilioni di dollari.