Come prepararsi alla riunione BCE di ottobre e investire nel senso giusto

Ora che la riunione BCE di settembre è trascorsa da qualche giorno, è lecito compiere delle valutazioni più a “freddo” su quanto avvenuto, e su quel che probabilmente avverrà nel corso dei prossimi giorni che ci separano a un meeting di ottobre dall’esito ancora piuttosto incerto (non sul fronte dei tassi, ovviamente, bensì su quello degli annunci sul prossimo tapering).

Vediamo dunque che cosa attendersi, e come preparare i propri investimenti al meeting di ottobre.

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Cosa è accaduto nella riunione di settembre

La riunione BCE di settembre si è conclusa senza alcuna novità sui tassi e sulle misure non convenzionali dell’istituto monetario. Al termine del meeting, il presidente Draghi (e ancora prima il testo del comunicato) hanno reso nota l’intenzione dell’istituto di evitare scosse e raffreddare le attese di restrizione che avevano agitato i mercati valutari, e in particolar modo quella frangia che voleva che l’anticamera del tapering fosse già annunciata negli scorsi giorni.

Nel suo comportamento, l’Eurotower ha chiaramente tenuto in debita considerazione la dinamica recente del cambio con il dollaro (un incremento di quasi 5 punti percentuali da inizio maggio ad oggi) e delle condizioni finanziarie presenti sui mercati.

In tal senso, si noti come, sebbene il Presidente della BCE non abbia commentato esplicitamente il livello del cambio, abbia esplicitamente sottolineato che è emerso un consenso piuttosto ampio all’interno del Consiglio sul fatto che la volatilità recente rappresenti un elemento di incertezza e preoccupazione, e che richieda un attento monitoraggio. Si tratta di un’affermazione piuttosto chiara, quasi “anomala” per Draghi, che però non ha condotto ai risultati desiderati sui mercati.

Di fatti, lo sforzo comunicativo del Presidente non è stato premiato sul Forex, con l’euro che ha continuato ad esercitare la sua forza relativa contro il dollaro statunitense. Sul mercato obbligazionario, invece, gli operatori hanno preso subito atto dei toni accomodanti di Draghi, con un calo dei tassi a medio/lungo termine e una compressione dei premi al rischio sugli emittenti periferici.

Una BCE sempre presente, tapering o non tapering

Tra le righe del comunicato con il quale viene congedata la riunione di settembre, emerge che la BCE sarà presente sul mercato anche dopo dicembre 2017 e pondererà le misure non convenzionali sulla base dell’evoluzione dello scenario macroeconomico e delle prospettive di ritorno dell’inflazione verso il 2% nel medio termine, come da target statutario dell’istituto.

In aggiunta a ciò, come era ampiamente atteso, la BCE ha rinnovato l’impegno a mantenere i tassi ufficiali fermi ben oltre la fine degli acquisti, che non termineranno – a nostro giudizio – prima di altri 12-15 mesi dal momento in cui scriviamo. Draghi ha d’altronde rimarcato che la sequenza degli interventi non è stata messa in discussione e, dunque, le fasi di sviluppo dei comportamenti della BCE sembrano essere quelle già note e consequenziali: annuncio del tapering, avvio del tapering con disimpegno (molto) graduale, fine del tapering, rialzo dei tassi.

Cosa attendersi a ottobre

Chiarito ciò, e ribadito che la BCE non si disimpegnerà dal proprio ruolo attivo dal 2018 (anzi), cerchiamo di comprendere che cosa sarebbe opportuno attendersi a ottobre. Riteniamo che nel prossimo meeting la BCE assumerà le decisioni di massima sull’estensione del programma APP (Asset Purchase Programme), mentre fino ad ora il Consiglio ha solo valutato scenari alternativi, senza considerare però le variazioni dei parametri di implementazione degli acquisti e in particolare, del limite per singola emissione e singolo emittente. L’attesa sarà tuttavia esaurita non appena il Consiglio metterà mano sulle indicazioni dei diversi gruppi di lavoro e, di conseguenza, avrà tutti gli elementi utili per poter compiere la sua decisione più importante di questa parte d’anno.

Auspicato che a ottobre la BCE annuncerà il tapering, le sue caratteristiche saranno probabilmente dettagliate a dicembre, ed è dunque troppo presto – al momento – cercare di intuire quali saranno i ritmi del disimpegno monetario dell’istituto. Quel che appare certo è però che la BCE non ha affatto fretta di restringere le condizioni monetarie, tanto che lo staff della Banca ha rivisto al ribasso di un decimo le stime di inflazione, rispettivamente all’1,2% e all’1,5% nel 2018 e nel 2019, per effetto del cambio più forte. La revisione sulle previsioni di inflazione, sembrano essere interamente riconducibili alla tendenza sottostante, che appare essere più debole rispetto a quanto era stato riscontrato a giugno in termini di dinamica. La stima di inflazione core è calata per il 2018 a 1,3%, mentre è all’1,5% per quanto concerne il 2019. Nemmeno quanto sopra anticipato stupisce gli analisti. D’altronde, se il movimento della valuta fosse dovuto interamente a fattori esterni, la trasmissione all’inflazione sarebbe più ampia.

Per quanto attiene gli altri aggiornamenti, le previsioni di crescita sono state riviste al rialzo al 2,2% nel 2017 da un precedente 1,9%, mentre le stime per i prossimi due anni sono ferme all’1,8% e 1,7%, con la BCE che ritiene che il trend di fondo dell’economia dell’eurozona sia più forte delle stime di qualche mese fa, e che questo elemento sia in grado di compensare l’effetto del cambio più forte in favore dell’euro.

Un quadro così delineato, con l’aggiornamento delle stime statistiche, riduce di fatto l’urgenza per la BCE di uscire dal programma di acquisto: i membri del Consiglio sono generalmente fiduciosi che la fase di espansione determinerà gradualmente un aumento dei prezzi interni e dunque un ritorno all’inflazione su soglie gradite, ma per il momento ritengono di dover essere ancora ben presenti nel supportare lo sviluppo della crescita ed il rialzo dell’inflazione sottostante.

Insomma, allo stato attuale delle cose è bene attendersi una BCE che sia in grado di annunciare un’uscita molto graduale dagli acquisti a ottobre, e che vorrà adottare una formula piuttosto flessibile, evitando di indicare la data ultima di chiusura del programma (che nelle menti del Consiglio potrebbe però essere informalmente ambita a fine 2018) e riservandosi di calibrare gli acquisti di riunione in riunione. Se così fosse, il primo rialzo dei tassi sui depositi slitterà probabilmente intorno alla metà del 2019.

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