Investire sul petrolio: 4 motivi per andarci cauti

Le previsioni sul futuro delle quotazioni del petrolio sono tiepidamente positive, con il prezzo del barile che dovrebbe gradualmente crescere nei prossimi mesi. Tuttavia, ci sono (almeno) 4 elementi che dovrebbero suggerire a chi si sta accingendo a entrare long sul petrolio, di assumere un atteggiamento più cauto.

Vediamo quali sono.

Gli Stati Uniti

Il primo è certamente legato alla crescita della produzione petrolifera statunitense. L’offerta non-OPEC dovrebbe infatti continuare ad espandersi proprio grazie all’incremento della produzione americana di shale oil, e già nel corso del primo trimestre 2018 la produzione negli Stati Uniti dovrebbe superare la barriera dei 10 mb/g, superando di circa 400 mila b/g il record che fu registrato nel corso del 1970.

Peraltro, la prima stima dei fondamentali di domanda e offerta per il 2018, pubblicata dall’International Energy Agency (IEA) il 14 giugno scorso, ha evidenziato come il prossimo anno, per la prima volta dal 2014, l’offerta non-OPEC crescerà più della domanda mondiale: +1,5 milioni di barili al giorno (mb/g) vs. +1,4 mb/g. Dunque, tranne l’ipotesi (scarsamente realizzabile) che nel corso del prossimo anno l’offerta cumulata dell’OPEC non abbia una contrazione su base annua, è impossibile che il mercato si mantenga bilanciato.

Le scorte

Il secondo motivo di prudenza è legato al difficile smaltimento delle scorte. Nonostante gli sforzi di OPEC e alleati non-OPEC, di cui abbiamo parlato più volte nel corso degli ultimi mesi, le scorte presso i paesi OCSE rimarranno ancora per molti mesi al di sopra della media a 5 anni e le scorte statunitensi di petrolio e prodotti derivati, monitorate settimanalmente sia dall’US Department of Energy (DOE) che dall’American Petroleum Institute (API) restano vicine ai massimi stagionali, rendendo difficile lo smaltimento dell’eccesso.

La scarsa conformità ai piani di riduzione

Il terzo motivo per cui sarebbe bene adottare un approccio più prudente è legato al rischio di un’aderenza all’accordo di taglio delle produzioni petrolifere inferiore alle attese da parte di OPEC e alleati non-OPEC. Peraltro, fino a questo momento il rischio non si è verificato in maniera ingente, considerato che l’OPEC ha esibito livelli di conformità ritenuti soddisfacenti, e in futuro lo stesso scenario dovrebbe continuare ad essere riproposto, almeno fino a quando i principali player, come Arabia Saudita e Russia, avranno interesse a mantenere in vita l’accordo.

A questo punto, bene anche prevedere quanto possa essere prolungato l’interesse saudita e russo nei confronti del mantenimento dell’intesa. Un interesse che, a nostro giudizio, sarà sicuramente confermato anche nel 2018, anno in cui avverranno due eventi che necessiteranno di quotazioni relativamente stabili e mediamente più alte di quanto sarebbe ragionevole aspettarsi in assenza dei tagli alla produzione: da una parte la quotazione di Saudi Aramco (società petrolifera di stato dell’Arabia Saudita), e dall’altra parte le elezioni presidenziali in Russia.

Le tensioni geopolitiche

L’ultimo elemento di cautela nell’analisi degli investimenti petroliferi è invece legato alle tensioni geopolitiche, e su un’evoluzione negativa che possa portare al crollo dell’accordo. L’elenco dei punti di analisi è lungo. Si pensi alle modifiche della linea di successione saudita, gli sviluppi nelle relazioni internazionali perseguite dagli USA, l’isolamento del Qatar, e tanto altro.