Come investire sul petrolio nella seconda parte del 2017

Nel nostro approfondimento di due giorni fa (che potete trovare qui) abbiamo commentato lungamente quali siano i motivi per cui sarebbe opportuno cercare di assumere una posizione cauta nei confronti dell’investimento sul petrolio. Ma quali dovrebbero essere le posizioni da assumere in tale contesto nel corso dei prossimi mesi? Cerchiamo di come poter investire su questa risorsa nei prossimi mesi, nella speranza di poter trarre le adeguate soddisfazioni finanziarie.

Cosa attendersi dai dati fondamentali

Considerato che lo scenario intorno al petrolio è in continua evoluzione, quel che possiamo fare è certamente cercare di ricondurre le varie ipotesi alternative a una principale, sulla quale formulare poi alcune previsioni di stima sull’evoluzione del prezzo del barile. In tal senso, riteniamo che l’OPEC si impegnerà a rispettare con discreti tassi di conformità il target di produzione almeno sino a inizio 2018, e che la produzione da Libia e in Nigeria continuerà ad espandersi in linea con le attese: la produzione totale non-OPEC non sarà nuovamente rivista al rialzo, nonostante l’attesa crescita dell’offerta di shale oil, grazie anche al contributo calmierante della Russia, che ha tutto l’interesse a frenare la produzione globale, e favorire così la crescita del valore del greggio.

Brent e WTI su valori non troppo alti

In uno scenario quale quello sopra tratteggiato, è possibile che il petrolio Brent continuerà a scambiare in un intervallo relativamente stretto, con un range tra i 51 e i 52 dollari al barile in media nel secondo semestre. In particolare, è possibile che le quotazioni possano scendere al di sotto di tale media soprattutto nel terzo trimestre, a causa del marcato deterioramento dei fondamentali atteso nel 2018, per poi riprendere quota in maniera più dinamica nell’ultima parte dell’anno.

Difficilmente, comunque il greggio riuscirà a salire con picchi temporanei sopra i 58-60 dollari, a meno che non emergano delle sorprese molto positive dal lato della domanda o – di contro – gravi shock all’offerta (alti prezzi del greggio stimolerebbero ulteriormente la produzione da fonti nonconvenzionali, aumentando quindi l’offerta totale e giustificando successivamente un calo delle quotazioni).

Peraltro, se è vero che il greggio non subirà delle forti impennate nei prossimi mesi, è anche vero che sarebbe opportuno non attendersi grandi stravolgimenti nemmeno in senso contrario: nell’ipotesi di un sentiment di mercato fortemente negativo, comunque un supporto per il Brent si manifesterebbe almeno intorno ai 43-45 dollari.

Sul rapporto tra Brent e WTI, infine, gli analisti ritengono che possa sussistere ancora per la seconda parte dell’anno uno spread medio tra i due indicatori di circa 3 dollari al barile: lo spread dovrebbe comunque ricondursi su più miti consigli (probabilmente, intorno a 2 dollari, come media 2018).

Attenzione, in conclusione, a non ritenere che sia definitivamente insoddisfacente un valore di medio termine del greggio tra i 50 e i 60 dollari al barile. Molti membri OPEC si attendono infatti che anche nel medio periodo il potenziale di rialzo per le quotazioni del greggio sarà limitato, e che la stabilità al mercato del greggio, utile per poter stimolare gli investimenti nel settore e al contempo sostenere i consumi mondiali, possa essere raggiunta all’interno di un macro range fra i 50 e i 60 dollari al barile.

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